Comincia oggi in Aula il confronto sulla riforma elettorale, dopo che la commissione Affari costituzionali della Camera ha concluso l’esame e conferito il mandato al relatore. La maggioranza ha votato a favore; contrarie le opposizioni e Futuro Nazionale. Per oggi è previsto il voto sulle pregiudiziali di costituzionalità, che le minoranze chiederanno di svolgere a scrutinio segreto.
Intorno al 5 ottobre sono attesi due o tre voti di fiducia. La maggioranza intende porla sugli articoli 1 e 2, sia alla Camera sia al Senato; resta da decidere se estenderla anche all’articolo 3. Il voto finale potrebbe tenersi l’8 o il 9 ottobre. Anche in quel caso le opposizioni chiederanno lo scrutinio segreto.
La Camera esamina il testo in terza lettura, limitatamente alle parti modificate dal Senato. Ogni modifica lo costringerebbe a tornare a Palazzo Madama. La maggioranza punta quindi ad approvare senza cambiamenti la versione licenziata dal Senato con 113 voti favorevoli, 71 contrari e due astensioni.
La riforma prevede un sistema proporzionale con soglia di sbarramento del 3% per le liste e del 10% per le coalizioni. Introduce un premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per chi supera il 42% in entrambe le Camere, capilista bloccati, fino a tre preferenze e l’obbligo di indicare il candidato premier. Il testo stabilisce inoltre tre diversi regimi per la raccolta delle firme.
La tenuta della maggioranza è al centro dello scontro politico. Giorgia Meloni avrebbe avvertito che, se il governo dovesse andare sotto alla Camera, dovrebbe «trarre le conseguenze». Se la riforma sarà approvata, la legislatura proseguirà almeno fino alla primavera; in caso contrario, la premier potrebbe salire al Quirinale per chiedere elezioni anticipate. La decisione spetta al capo dello Stato. La fiducia renderebbe palesi alcuni passaggi, ma non il voto finale sull’intero provvedimento. A luglio, l’emendamento sulle preferenze fu bocciato per un voto, con 187 voti contrari e 188 favorevoli. Secondo i calcoli del Giornale, con i nove deputati di Futuro Nazionale contrari la maggioranza avrebbe 235 voti su 400; per affossare la legge servirebbero almeno 36 dissidenti. A luglio, il loro numero fu stimato tra 31 e oltre 40.
Futuro Nazionale resta una delle principali incognite. Il 22 settembre Roberto Vannacci ha annunciato che il gruppo non voterà la legge, definendo «farlocche» le preferenze e sostenendo che non restituiscano sovranità agli elettori. Ha aggiunto che la riforma «sembra fatta per contrastare me». Un emendamento del gruppo per introdurre le preferenze senza capilista bloccati è stato respinto in commissione.
Le opposizioni si sono presentate unite contro il provvedimento. Pd, M5S, Avs, Italia Viva e +Europa hanno visto respinti gli emendamenti comuni sulle preferenze. Tra le critiche, la cancellazione della parità di genere nella composizione dei capilista, le regole per la raccolta delle firme e gli ostacoli all’accesso delle liste minori.
Se la legge sarà approvata, le opposizioni intendono promuovere ricorsi civili attraverso comitati di cittadini, nella prospettiva che un giudice rimetta alla Corte costituzionale una questione di legittimità. Boccia, del Pd, ha annunciato che le iniziative partiranno il giorno successivo all’approvazione.
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